giovedì 4 dicembre 2008

Politichè?

Chi pensava di essersi liberato dal politichese delle “convergenze parallele”, si ritrova oggi per le mani un linguaggio ancora più povero e sciatto. Criptico non per la formulazione astrusa, ma per l’assoluta insignificanza del discorso che produce. Si tratta di un linguaggio formulaico, quasi magico, fatto di slogan, frasi ad effetto, coups de theatre, parole d’ordine forgiate nei laboratori degli “esperti” della comunicazione e ripetute come un mantra ossessivo dai soggetti politici. Il linguaggio politico mutua sempre di più da quello pubblicitario.

Il cortocircuito tra processo significante e significato appare nella sua lucida mostruosità: un linguaggio destinato alla vendita commerciale usato per articolare il discorso sulla polis, la politica. Gli sterili battibecchi propinati alla popolazione dai salotti televisivi della politica hanno lo stesso suono artefatto, metallico del clangore del pentolame commercializzato in certe televendite.

E l’involuzione del dialogo politico si completa: non il sistema dei segni, ma il loro oggetto si piega alla logica dell’altro; non il linguaggio commerciale si politicizza, ma è il contenuto della politica a farsi merce. L’ovvio postulato di ciò è che la destinataria dell’atto comunicativo, già soggetto passivo di una comunicazione non dialogica per eccellenza, quale quella televisiva, la popolazione telespettatrice, viene perciò indotta non solo dal mercato, ma anche dalla politica, a farsi consumatrice di un’idea/merce (o, meglio, di una merce/idea), piuttosto che piena partecipe del processo storico che interessa la sua nazione, la sua comunità, la sua stessa vita.

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