sabato 6 dicembre 2008

Gli dèi dell'ebbrezza.

Ci sono alcuni elementi che ricorrono in tutte le culture del mondo, e in tutti i tempi. Tali elementi sono, proprio per questo, considerati fondanti dell’umanità, cioè tratti essenziali che ci definiscono in quanto uomini. Il fatto che questi elementi siano patrimonio comune di genti di tutto il pianeta sottolinea la nostra “fratellanza in Adamo”. Ossia il fatto che non importa quanto lontani nello spazio o nella storia gli uomini possano essere: nel fondo sono accomunati tutti da medesime esigenze e bisogni, sia di natura materiale che spirituale.

Queste costanti sono molte: tra le quali le più importanti sono il linguaggio, la musica, la parentela, la religione e quella che possiamo chiamare “scienza della terra”, vale a dire un sistema di conoscenze riguardo l’ambiente che ci circonda.

Nelle società complesse, come la nostra, queste conoscenze diventano scienze in senso proprio, in altre (come presso gli indios amazzonici, gli aborigeni australiani, o gli indiani d’America, ma anche nelle culture arcaiche dell’occidente: cioè latini, greci, celti, germani) questa scienza rimane intrisa di profondi significati simbolici.

In questi corpus di conoscenze, miti, riti e antica sapienza si trovano indissolubilmente legati.

La figura del sacerdote, quella del sapiente e del guaritore coincidono. Laddove l’occidente moderno ha diviso e parcellizzato, altre culture, antiche e moderne, hanno legato.

Una parte consistente di questi saperi che possiamo, senza mezzi termini, definire sacri ha riguardato la conoscenza dell’ambiente naturale, delle piante e degli animali, delle loro caratteristiche e proprietà e dei modi per volgerle a proprio favore. In antiche civiltà, come quella greco/romana, la natura era espressione diretta della volontà degli dèi, ed ogni elemento rilevante del cosmo naturale veniva personificato in una divinità e simbolizzato in un rituale.

Non c’è dunque da stupirsi se tanto interesse, materiale e simbolico, è stato dedicato a quella vera e propria opera magica che è la produzione di bevande alcoliche ed estatiche, di cui il vino è certamente la più famosa e la più apprezzata da noi mediterranei, e non solo.

Questo breve saggio condurrà il lettore in un viaggio attraverso le culture e i secoli per svelare piccole storie e segreti legati alla produzione di queste bevande, che per lungo tempo sono state considerate sacre, e spesso appannaggio di una ristretta casta sacerdotale.

La più celebre delle antiche divinità legate alle bevande alcoliche è senza dubbio Dioniso, conosciuto come Bacco dai latini. Il significato del suo nome è incerto, forse significa “fanciullo di Zeus”. Ma ad esso furono dati molti altri nomi, ognuno rivelatore di una personalità divina incredibilmente complessa, così come complessa era la rete di miti e riti e storie che vertevano su Dioniso. La prima sorpresa che incontriamo nel nostro viaggio è che, in origine, Dioniso non era il dio del vino. È vero che la produzione occasionale del vino da vite selvatica risale al neolitico (cioè a 10.000 anni fa), ma la coltura della vite domestica risale a circa 3.000 anni fa. Dioniso, all’epoca già esisteva. A quale bevanda era legato, allora? Le testimonianze archeologiche ci parlano di una prima fase, 5.000 anni fa, nella quale Dioniso era legato all’idromele, un alcolico ottenuto dalla fermentazione dentro una sacca in pelle di toro (non a caso animale sacro al dio) di una miscela di acqua e miele, il cui consumo rituale era concesso solo ai sacerdoti che lo bevevano per mandare giù delle palline di papavero. In seguito l’idromele fu sostituito dalla birra di spelta, ed il papavero da una varietà di edera allucinogena. Infine la birra fu sostituita dal più prezioso vino, ma l’edera rimase sempre un attributo di Dioniso. Si diceva prima dei molti nomi che a Dioniso erano attribuiti, vale la pena di citarne alcuni. Gli etruschi lo conoscevano come Fufluns Pachies [Bacco Germoglio], Plutarco lo chiamò Kissos, che vuol dire [edera]. Era anche detto Xenos, [straniero], per il suo essere originario dell’India (un aspetto interessante su cui torneremo fra breve). Ma ancora Ganos, [splendore], Fanos, [fulgore]. I sacerdoti latini lo chiamavano Sabazio, che vuol dire [notturno, segreto]. Questo ultimo termine è da accomunare al latino sapa [mosto cotto], ed addirittura deriva dal sanscrito (l’antica lingua dell’India) savà, che significa [torchiare]. Ed infine era anche chiamato Eripos, vale a dire [capretto]: l’animale che le tremende baccanti, le sue sacerdotesse, sbranavano vivo durante l’estasi dionisiaca.

Di queste feroci sacerdotesse, e dei loro rituali, la mitologia greca e romana tramanda cose terribili. Nella vita di tutti i giorni erano donne normali, madri di famiglia e lavoratrici. Ma periodicamente si dedicavano al culto di Bacco. Allora si ubriacavano e correvano seminude nei boschi, di notte. Gridavano come ossesse, divorando carne cruda. Spesso nella loro furia uccidevano qualsiasi malcapitato uomo incontrassero. Si cospargevano i capelli di una miscela di alcol e sale e si davano fuoco, infiammando la testa. Il reale significato di questi antichi rituali è purtroppo andato perduto, forse per sempre.

Dioniso, in quanto dio del vino, era preposto agli aspetti caotici della vita. Sotto la sua influenza le madri disconoscevano i figli, e i padri li uccidevano. Chiunque tentasse di opporsi al suo potere impazziva o veniva sbranato dalle sue baccanti. Penteo venne fatto a pezzi dalla madre baccante, mentre cercava di impedire un sacrificio umano. Licurgo si rifiutò di accettare il culto di Dioniso in Tracia e, reso pazzo dal dio offeso, finì con l’uccidere il proprio figlio, credendolo una vite da potare. Ed in questo mito vediamo forse il retaggio di un antico sacrifico di origine orientale.

Si diceva prima delle origini indiane di Dioniso. In effetti, secondo uno dei diversi miti riguardanti la sua nascita, sarebbe stato allevato in India dalla sorella di sua madre Semele (madre terra). E proprio in India Dioniso fu iniziato da Sileno (figlio di Pan il dio dei Boschi) alla coltivazione del vino e ai segreti dell’edera allucinogena. Ed in effetti in India noi troviamo l’esistenza di un altro dio molto simile a Bacco.

Il suo nome è Soma, che poi è lo stesso nome della bevanda sacra a cui è associato. Questa bevanda non era però alcolica, ma era ricavata dalla spremitura di un fungo conosciuto anche in Europa: l’amanita muscaria. Si tratta di un fungo appartenente al phylum dei basidiomiceti, tossico ma non mortale e dotato di proprietà allucinogene. I suoi principi attivi sono l’acido ibotenico, la muscorina, l’acetilcolina e la bufotenina, che poi è la stessa sostanza contenuta nel veleno secreto da alcuni rospi. E anche di rospi avremo modo di parlare fra poco. Il soma si ricavava spremendo i funghi e passandone il succo in un filtro di lana grezza. Soma era un dio guaritore, al pari di Dioniso aveva per attributo il bastone, per animale sacro il toro e per elemento il fuoco, simbolo del caos e della rigenerazione.

Di Soma si parla negli inni vedici, un tipo di letteratura sacra caratteristica dell’India antica, che per noi occidentali sono di difficile comprensione. Col tempo Soma cadde nell’oblio, e nella mitologia indiana fu Shiva a prendere il suo posto. Anche Shiva, impugna un bastone con un tridente alla sua estremità, ed il suo animale sacro è il toro bianco.

Ma se non possiamo dire né sapere molto di Soma, la sua strana bevanda è invece giunta fino in Europa, al seguito delle migrazioni degli indoeuropei, cioè popoli di origine asiatica, avvenute in più fasi a partire dal 3.000 a.C.

Consumatori di questa bevanda erano infatti i Berserker, gli uomini orso. Così erano chiamati i vichinghi appartenenti ad una particolare società guerriera, che praticava un culto segreto di Odino, il signore di tutti gli dèi nella mitologia nordica. Questi Berserker bevevano la bevanda sacra prima di andare in battaglia, e grazie ad essa erano pervasi da un furore inestinguibile, che li faceva combattere fino alla morte, ignorando le ferite, e con una ferocia inaudita.

L’esistenza dei Berserker come fratellanza religiosa è cosa praticamente certa, ma la lettura antropologica ci porta a dubitare della loro effettiva funzione guerriera. È più probabile che i Berserker fossero una sorta di sciamani, che la bevanda precipitava in uno stato allucinatorio, e che in questa condizione essi combattessero delle battaglie immaginarie contro gli spiriti del male.

Sia come sia l’amanita muscaria, al pari della vite, nell’antichità ha rappresentato un elemento sacro, persino nella civiltà cristiana. È inutile ricordare il legame che c’è tra il vino e il sangue di Cristo. Ma si rimane sorpresi nello scoprire che l’amanita muscaria, in epoca medievale antica, era considerata alla stregua dell'Albero della Sapienza di biblica memoria quello a cui Adamo ed Eva non si sarebbero mai dovuti avvicinare. Questo affresco si trova nel cuore dell’Europa, in Francia per l’esattezza, nell'antica abbazia di Plaincourault risalente al 1200. Come si può vedere l’albero proibito, con tanto di serpente tentatore, è rappresentato come una gigantesca amanita.

E già che ci troviamo nel medioevo, come dimenticare la mitica mandragola? Una pianta cui gli antichi alchimisti attribuirono ogni sorta di potere magico. Anche dalla mandragola si ricavava una bevanda che si diceva rendesse fertili le donne, invulnerabili ed addirittura in grado di scoprire i tesori nascosti. In realtà questa pianta, una solanacea, diffusa dall’Himalaya al mediterraneo ha proprietà narcotiche ed allucinogene che ben conoscevano le streghe che nel medioevo ne facevano uso.

Si diceva poc’anzi di rospi. Il rospo è, in effetti, uno degli animali che di consueto vengono associati alle streghe. In rospi vengono tramutati gli incauti che non si dimostrano gentili con loro, e rospi sono gli aiutanti più servizievoli che queste megere hanno al loro servizio. Ma il rospo è anche uno degli ingredienti che più spesso compare nei calderoni delle streghe dei racconti popolari e nelle fiabe. Code, pelli, occhi di rospo e via dicendo. Sembra proprio che questo pacifico anche se repellente animale fosse uno dei preferiti dalle streghe dei tempi che furono. E non si tratta solo di favole per bambini. Nei verbali dei processi medievali molte disgraziate accusate di stregoneria confessarono di aver utilizzato unguenti o bevande confezionate con una qualche parte del nostro animaletto. Ma perché?

Il rospo appartiene all’ordine degli anuri ed è diffuso praticamente in tutto il mondo (fanno eccezione la Groenlandia, l’Australia, la Nuova Guinea e la nuova Zelanda). Una delle sue caratteristiche salienti è la presenza ai lati del collo di due ghiandole dalle quali secerne una sostanza urticante e velenosa che serve a proteggerlo da alcuni predatori. Questa sostanza contiene un principio attivo detto bufotenina, che in natura è presente anche in altre specie animali e vegetali. La bufotenina ha proprietà allucinogene. Le bevande confezionate con rospi contengono dunque bufotenina, e sono bevande estatiche.

Gli stessi antichi profeti latini, gli auruspex, devono probabilmente il loro nome al rospo, di cui assumevano la sostanza estatica per entrare in trance e profetizzare.

Una delle caratteristiche che accomuna le bevande estatiche (alcoliche e non) è che chi ne fa uso, spesso, assume tratti animali, sia metaforicamente, sia letteralmente.

Nella Bibbia si racconta di Noè che coltivò la vite, fece il vino ed iniziò a berselo. Al primo bicchiere si fece docile come un agnello, al secondo smargiasso come un leone, al terzo sciocco come una scimmia, e al quarto prese a rotolarsi per terra come un porcellino.

Le baccanti in furia si ritenevano simili a lupe, e correvano per i monti ululando alla luna.

I Berserker, di cui si diceva prima, credevano di mutarsi in orsi dopo aver assunto la loro bevanda. E, sempre in ambito nordico (anche nel nord Italia), fratellanze sciamaniche simili si dicevano in grado di mutarsi in lupi. E siamo forse davanti ad una delle possibili origini della figura del licantropo: il lupo mannaro.

Le streghe si trasformavano in corvi, gufi o civette, e in questa forma si recavano al sabba.

Gli sciamani desana dell’Amazzonia ancora oggi preparano lo jagè: una bevanda ottenuta bollendo insieme due piante: la baanisteriopsis caapi e la psycothria viridis. Lo jagè trasforma lo sciamano in giaguaro.

Insomma a quanto pare in tutto il mondo, in tutte le epoche sono esistite, ed esistono ancora, bevande alcoliche e/o allucinogene che vengono usate da ristretti gruppi di persone per scopi rituali: che siano baccanti, Berserker, streghe, sciamani o quant’altro. E questo avviene da sempre, fin dagli albori della civilizzazione. In antiche tombe iraniche risalenti a 10.000 anni fa sono state trovate tracce di infusi a base di efedra (una pianta narcotica). Nelle incisioni rupestri preistoriche della Val Camonica, risalenti a 7.000 anni fa sono state ritrovate raffigurazioni della psylocibe lanceolata, un’altra pianta allucinogena. I sacerdoti degli olmechi, una antica popolazione del centro america, stiamo parlando di 3.500 anni fa, sacrificavano e poi mangiavano una particolare specie di anatre che venivano nutrite con i nostri amici rospi. In antiche tombe precolombiane ritrovate in Texas, sono state rinvenute tracce dell’allucinogeno mescal. Addirittura gli aztechi avevano un loro dio equivalente a Dioniso, chiamato Xochipilli, dio di una birra ricavata dalla fermentazione di un tubero locale.

E a questo punto, visto che stiamo per concludere questo breve viaggio, ci lasciamo con un ultima curiosità. Il consumo di piante o sostanze estatiche non è un caratteristica esclusiva dell’uomo. Numerose specie animali consumano scientemente piante che producono su loro strani effetti. Gli uomini spesso hanno imparato dagli animali. I cervi europei sono ghiotti di amanita muscaria. Gli antichi druidi celti, che ne facevano uso per confezionare una birra nella quale mettevano anche della segale cornuta, li seguivano nei boschi per farsi condurre ai funghi. Anche la famosa erba gatta (il cui nome scientifico è nepeta cataria), ha sui gatti un effetto euforizzante: è per questo che ne vanno matti. I piccioni sono ghiotti di semi di cannabis, che in Inghilterra vengono per questo detti pidgeon candy, cioè [caramelle dei piccioni]. I lama, le infaticabili cavalcature delle Ande peruviane, cercano la pianta di coca, di cui masticano le foglie che hanno un effetto defatigante. Gli indios aruacan delle pendici delle Ande in tempi antichi ne osservarono il comportamento e li imitarono. Lo fanno ancora oggi: masticando foglie di coca prima di partire per la caccia, possono stare anche tre o quattro giorni senza mangiare, non hanno quindi bisogno di portarsi dietro il cibo, e possono viaggiare più leggeri. Asini e capre nostrani mangiano, quando ne trovano, la catha edulis, una pianta che contiene gli stessi principi attivi della coca, anche se in quantità assai minore. I gorilla del centro Africa mangiano regolarmente iboga, una pianta fortemente allucinogena. I sacerdoti pigmei traggono dalla stessa pianta una bevanda che permette loro di raggiungere il regno dei morti e parlare con i loro antenati. E da ultimo nelle Nuove Ebridi, cioè in Oceania, una specie di roditori selvatici mastica le radici di piper methisticum, sviene per qualche istante e poi si riprende e si allontana barcollando. Gli indigeni polinesiani li hanno imitati e con questa pianta preparano un’altra bevanda magica il kawa.

È tutto. O forse no. In fondo, come scrisse un anonimo epigrammista latino
«C’è molto di più dentro questo bicchiere di vino che non nella mia testa.»
Chissà che voleva dire.

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